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Klinefelter e intersessualitá

La definizione di intersessualità è oggi ampiamente dibattuta e associata alla categoria medica di Disorder of Sex Development. L’idea di collocare la sindrome di Klinefelter (ed in generale qualunque essere umano si discosti dalla definizione dicotomica maschile/femminile) tra i Disorder of Sex Development  risulta particolarmente difficile da condividere in quanto porta con sé un significato patologizzante, nonostante essa rientri già ufficialmente in questa nuova categoria medica secondo la Lawson Wilkins Pediatric Endocrine Society (LWPES) e la European Society for Pediatric Endocrinology (ESPE).

Reputo molto importante invece sottolineare che il termine "intersessualitá" non coincide con un "disordine" o un "disturbo" ma questo, in una visione medico-scientifica, culturale e sociale che vede le cose bianco o nere rifiutando tutti gli altri colori, è un concetto di difficile comprensione e sembra sempre aprire grandi critiche. 

Ma partiamo con ordine: innanzitutto cos'è l'intersessualità? Per rispondere a questa domanda riporto un frammento di un interessante articolo:" Con intersessualità si indica una molteplicità di condizioni in cui si trova chi nasce con cromosomi sessuali, apparato genitale e/o caratteri sessuali secondari che variano rispetto a ciò che è tradizionalmente considerato come femminile e maschile. Uso il termine intersessualità e non “disordini dello sviluppo sessuale” (o DSD “disorders of sex development”), terminologia adottata negli ultimi anni in ambito medico, per almeno tre ragioni: (a) in primo luogo perché DSD richiama e suggerisce una condizione patologica, “disordinata”, deviante nello sviluppo sessuale della persona, mentre le varie forme di intersessualità non sono necessariamente correlate a una patologia o a condizioni mediche. In secondo luogo (b) perché con intersessualità si possono comprendere tutte le diverse forme e variazioni, da quelle che si palesano fin dalla nascita a quelle che emergono in età puberale fino a quelle che possono anche non venir mai scoperte mentre la persona è in vita : quindi l’uso del termine non solo non implica che vi sia una condizione medica (punto “a”), ma nemmeno che essa sia comune a tutte le diverse forme di intersessualità, cosa che infatti non è (http://www.intersexualite.org/Response_to_Intersex_Initiative.html April 14 2010). Infine (c), con il termine intersessualità si vuole porre l’accento sugli aspetti di costruzione culturale, sociale e storica della stessa e sulla dimensione delle relazioni politiche e di potere che interessano i corpi, la sessualità, le identità di genere e gli orientamenti sessuali. (...)

Partendo dalla realtà delle persone intersessuali possiamo pensare all’essere umano come ad un continuum ai cui due poli estremi si trovano la femmina e il maschio biologici. Ci sono casi in cui l’intersessualità può venire alla luce dopo la morte, tramite autopsia: dunque una persona può anche non accorgersene mai (www.isna.org)." (Michela Balocchi, L’invisibilizzazione dell’Intersessualità in Italia)

Di intersessualità se ne parla ancora molto poco e se ne parla male, oggetto di un processo di invisibilizzazione e di nascondimento a causa della sua sopracitata capacità di mettere in discussione alcune delle strutture culturali più importanti su cui si erige l’intera società. Non sono da sottovalutare però anche gli strascichi dall’era interventista, con il forte carico di violenza che l’ha caratterizzata, di cui se ne pagano tutt’oggi le conseguenze in termini fisici, psicologici e culturali.

Intersessualità non corrisponde a omosessualità o a comportamenti sessuali promiscui, né a un disturbo dell'identità di genere, piuttosto sembra trattarsi di una sorta di “terza categoria di sesso” con sue caratteristiche peculiari che si pone accanto al sesso maschile e a quello femminile. 

Una volta chiarito cos'è e cosa non è l'intersessualitá possiamo ora aprire un'ulteriore questione: la sindrome di Klinefelter rientra nella categoria di intersessualitá? In Italia non c'è una risposta chiara a questa domanda ed il mondo della medicina ma anche degli stessi pazienti appare spaccato in due tra coloro che confermano e coloro che smentiscono. Tale suddivisione è dettata da svariate motivazioni che non è il caso qui di approfondire, tuttavia, pensandoci bene, è poi così importante? Mi spiego meglio: è chiaro che parlare di intersessualitá può essere assolutamente utile ai fini sociali e psicologici in quanto chi non rientra perfettamente nelle categorie maschio/femmina può trovare finalmente un riconoscimento sociale del proprio esistere in risposta ad un atto di patologizzazione, nascondimento o negazione delle proprie differenze per troppo tempo protratto. Tuttavia ciò che reputo ancora più importante in un'ottica sistemica che miri al benessere psicofisico è che qualunque sia la vostra opinione o la vostra collocazione nel sistema sociale si possa iniziare a pensare che "diversità" non è necessariamente "patologia" e che essere definiti o meno "intersessuali" non modifica chi siete, chi è vostro figlio o vostro fratello.

Che si rientri nella categoria maschio/intersessuale/femmina dunque ha una importanza limitata a livello psicologico. Ci sarebbe piuttosto da chiedersi: quanto il forte bisogno di appartenenza ad un gruppo o, al contrario, di esclusione di sé da uno specifico gruppo possono nascondere fragilità legate alla dimensione identitaria (ovvero alla personale risposta alla difficile domanda "chi sono io?") e, inoltre, possono arrivare a soffocare lo sviluppo della propria libera individualità che va oltre qualsiasi categoria? Forse nel proprio percorso di vita occorrerebbe porre altrettanta attenzione a questi aspetti che non negano i precedenti (quelli sociali) ma li superano e li ampliano, conducendo, se approfonditi, verso un benessere più profondo.

Che importanza ha, insomma, essere definito maschio/intersessuale/femmina se poi sto male con me stesso e soffro terribilmente perché non so "chi" sono, dove sto andando nella vita e che senso attribuirle?