Sull'immigrazione e l'"uomo nero": una prospettiva psicanalitica

In un’epoca fortemente segnata da flussi migratori provenienti da varie parti del mondo ed in particolare dall’Africa, l’uomo di colore per l’uomo europeo ha assunto una connotazione specifica e particolare: è l’uomo che non ha nulla da perdere, disperato e per questo capace di ogni cosa, imprevedibile, autore delle azione più riprovevoli, per alcuni addirittura causa di gran parte dei mali in Italia tale da arrivare a pensare che se si chiudessero le porte agli stranieri vivremmo in un Paese migliore e certamente più sicuro.

Perché, ormai, quando sentiamo parlare di immigrazione subito compaiono davanti agli occhi immagini di barconi carichi di persone di colore dai visi sconvolti, dagli occhi vuoti e stanchi, etichettati come portatori di malattie e pericoli di ogni sorta. I titoli sui giornali e dei telegiornali prima di tutto sottolineano la nazionalità dell’autore del reato se straniero, soprattutto se africano, ed i politici cavalcano l’onda per sedurre (=condurre a sé) gruppi di gente unita dal collante più forte in assoluto: la paura.

Perché è innegabile che l’Uomo Nero spaventi.

E’ il personaggio più terribile nelle favole, nelle leggende e viene nominato persino nelle ninne nanne cantate ai bambini che alla sera non vogliono dormire: li si minacciava, infatti di chiamare l'uomo nero nel caso non si fossero presto addormentati.

L’Uomo Nero viene descritto come un essere amorfo, cattivo e oscuro ed è presente nella tradizione di vari paesi: negli Stati Uniti d'America ad esempio è conosciuto come boogeyman, in Portogallo è conosciuto col nome di El Coco, in Italia viene identificato anche con la figura del Babau.

Nella tradizione italiana più precisamente viene descritto come un demone o uno spirito che ha l'aspetto di un uomo o di un fantasma nero, non ha gambe e dalla vita in giù sfuma in una punta. Secondo alcune versioni si tratterebbe di uno spietato assassino, ma in altri casi si afferma invece che vada in giro a rapire i bambini, infilandoli in un sacco di juta e portandoli nel suo regno dove verranno trattenuti a lungo e torturati.

Subdolo e impalpabile, l'Uomo Nero è una sorta di oscuro fantasma in grado di celarsi ovunque la luce non arrivi, preferibilmente sotto il letto o dentro l'armadio della sua vittima designata, alla quale non resta che combatterlo tenendo la luce accesa o rifugiandosi sotto le coperte.

Nella tradizione popolare troviamo anche la figura di Lucifero o “portatore di luce”, che era il più bello tra gli angeli e promosse la loro ribellione contro Dio. Lucifero era il suo nome prima che cacciato, precipitasse dal Cielo e divenisse il signore degli Inferi.

A livello simbolico le figure dell’uomo nero, del diavolo, del ladro ma, per tornare sul tema dell’immigrazione, anche più in generale dello straniero, ci appaiono come uno schermo perfetto su cui proiettare le parti sconosciute della nostra personalità.
Nei sogni, infatti, lo straniero si manifesta come una figura avvolta dal mistero, un “altro” sconosciuto, affascinante e spaventoso, eppure sempre portatore di un cambiamento. A ben guardare la figura si compone spesso proprio degli aspetti negativi e inassimilabili del sognatore che in questo modo è posto di fronte ad una parte di sé che non vorrebbe mai incontrare.

Il nero è dunque colore del buio, del non-conosciuto, della morte, del male e del mistero, ci parla del vuoto, del caos ma anche delle origini: “non vi è concezione di materia oscura che non rimandi al Caos, al Cosmo, alla profondità della notte, agli abissi di terra e di mare, al segreto del seme in attesa del germoglio o dell’uovo prima di schiudersi, ai feti negli uteri materni prima del dono traumatico della luce.” (V. Guzzo)

Nella tradizione simbolica l'idea delle tenebre non ha ancora significato negativo, perché corrisponde al caos primigenio dal quale può nascere ogni cosa, esso è infatti associato all'invisibile e all'inconoscibile, quindi anche alla divinità creatrice originale, o alla scintilla inziale da cui tutto si è palesato, alla faccia nera della luna o alla luna nera.

In un articolo pubblicato nella rivista “Enkelados” dedicata alla Materia Oscura (Anno III, n.2/2015), C. Melodia, psichiatra e psicanalista contemporaneo, sottolinea che è a partire dai culti legati all’immagine del disco solare che l’immagine di Dio della luce, dell’energia visibile e che rende le cose visibili, che gli esseri umani hanno cominciato a identificare il luminoso con ciò che porta il bene, la vita, la prosperità, mentre il tenebroso con il male, l’avversario da sconfiggere.

Eppure sappiamo dalla scienza astronomica che il Sole, fonte primaria di luce, tra pochi miliardi di anni si espanderà, morendo, fino a occupare lo spazio del sistema solare dove oggi orbita la Terra, divorandola.

Inoltre siamo a conoscenza di altre informazioni importantissime:

1.     sul nostro pianeta la vita è possibile solo perché esistono un campo elettromagnetico e un’atmosfera in grado di filtrare parte delle radiazioni solari, anche luminose;

2.     l’universo è tenuto insieme da quella che noi definiamo “Materia oscura” essendo la causa di quattro quinti della forza di gravità. In astronomia essa non è mai stata osservata se non fino all’Aprile del 2015, quando, per la prima volta, il fisico Battiston insieme al Nobel Ting ha confermato la rilevazione sperimentale di particelle che dimostrano l’esistenza della materia oscura;

3.     noi vediamo solo il 4% dell’universo, mentre il 26% è costituito da quella che chiamiamo materia oscura e il 70% circa da energia oscura. Ciò che a noi sembra vuoto in realtà è pieno, e spesso non di materia ma di energia, della quale tra l’altro sappiamo molto poco e anche per questo le attribuiamo una connotazione di oscurità.

L’uomo nero nei sogni, per le sue caratteristiche di “negritudine”, richiama anche la “nigredo”, prima tra le quattro fasi del processo alchemico alla quale seguono l’albedo, la rubedo e la citrinitas. Questi quattro stati dell’alchimia vengono paragonati da Jung ai tipici stadi che attraversa l’uomo moderno nella sua discesa nell’inconscio e nella sua crescita spirituale.

L’Uomo Nero rappresenterebbe in tale ottica tutte le istanze relative al mondo primitivo dentro di noi, l’istinto e le sue antiche radici, in cui coesistono impulsi immediati e distruttivi come aggressività e furia l’omicida, ma anche caratteri positivi come generosità, bontà, solidarietà. Il significato del negro nei sogni è da ricercarsi innanzitutto nell’ unione degli opposti, compresa nella sua natura selvaggia e primitiva. Jung lo assimilava infatti all’incontro con l’Ombra.

Cosa si intende per Ombra? Nel linguaggio comune è l’area scura proiettata su una superficie da un corpo che interponendosi tra la superficie stessa e la sorgente luminosa, impedisce il passaggio della luce. Ogni cosa, quindi, porta un’ombra, la quale è svelata dalla presenza della luce. Non esiste luce senza ombra, ogni oggetto illuminato ne proietta una, sempre e comunque.

Nel linguaggio psicanalitico junghiano l’ Ombra è, tra i vari significati, il lato non accettato dalla personalità (appunto ciò che anche nel linguaggio comune viene definito il lato «oscuro» di un individuo), ovvero la somma delle tendenze, caratteristiche, atteggiamenti, desideri inaccettabili da parte della coscienza.

Trovare una sua collocazione nella struttura della psiche è impossibile, essa non descrive alcunché di topograficamente circoscrivibile: secondo E. Caramazza potrebbe essere paragonata ad una superficie in movimento che si colloca su livelli di crescente profondità nel mondo interiore. Jung la definiva invece come un rapporto funzionale (e perciò costantemente variabile) tra i contenuti della psiche.

Trevi e Romano sostengono che essa derivi dall’inevitabile attribuzione di una connotazione negativa di una gran parte dei nostri contenuti psichici: la psiche umana si basa su una originaria polarizzazione tra positivo e negativo, tra accettato e rifiutato, Io e non-Io, luminoso e lato in ombra della personalità. E’ dunque la configurazione stessa della psiche a generare l’Ombra.

 “Poiché tutto ciò che è inconscio viene proiettato, una delle più usuali e facili proiezioni è proprio quella dell’Ombra. Le qualità inferiori e inaccettabili, le immagini e i pensieri rimossi, le pulsioni ostacolate, le funzioni poco sviluppate e in generale tutti gli aspetti non coscientemente vissuti della psiche vengono proiettati con facilità su individui che per natura possono costellare tali proiezioni.” (Trevi, Romano)

Le profonde antipatie ingiustificate e le avversioni più irrazionali derivano quasi sempre dalla proiezione dell’Ombra. Così accade che si verifichino dinamiche sociali per le quali “individui, gruppi o categorie di persone prese di mira vengono spogliati della propria soggettività umana e considerati alla stregua di oggetti nudi e crudi, irrimediabilmente destinati a subire l’azione.” (…) “Qualsiasi cosa possano dire, o avrebbero potuto dire se fosse stata data loro la parola, è dichiarato a priori irrilevante – sempre ammesso che qualcuno lo abbia sentito.” (Bauman)

Gli estranei, in generale, rappresentano dunque una sorta di “valvola di sfogo” per i nostri contenuti d’Ombra nonché per la nostra innata paura del non-conosciuto e dell’imprevedibile che sempre rimanda al non conosciuto che è dentro ognuno di noi.

Un uomo di un altro Paese e di un’altra cultura è un estraneo e dunque prima di tutto “strano”, un essere singolare, diverso, che parla un’altra lingua e con il quale dunque è difficile se non impossibile comunicare e le cui intenzioni potrebbero non corrispondere a quelli della gente comune e familiare. E’ perciò, agli occhi di un gruppo, presagio di pericolo. Anche quando gli estranei non si dimostrano aggressivi suscitano sempre un certo disagio psicologico: la loro presenza ci fa immediatamente scorgere altro da noi, un qualcosa che va oltre le nostre certezze e previsioni, oltre i nostri schemi mentali. Nasce allora l’esigenza di volerli confinare in strutture e spazi chiusi, spesso sorvegliati da telecamere, illuminati a giorno e soprattutto a distanza di sicurezza, nel tentativo “di tenere il lupo cattivo fuori dall’uscio di casa.” (Bauman)

Ma così facendo si verifica un paradosso inevitabile: ci si rende conto che di sicurezza e protezione non ce n’è mai a sufficienza, che le angosce profonde riemergono sempre più intense e la preoccupazione di difendere i propri spazi alimenta ulteriormente la paura dell’altro, intraprendendo una escalation di atti e decisioni che finiscono nello sfociare nella negazione e nell’odio profondo verso tutto ciò che è diverso da sé.

E allora cosa possiamo farcene dell’Ombra piuttosto che proiettarla? Freud sosteneva che la maturazione psichica dell’individuo avesse come scopo la completa sconfitta del “male” dentro di lui, sintetizzata nella frase “là dove era l’Es sarà l’Io”. Ma in fondo anche lui sapeva che ciò era impossibile, e questo emerge dalla sua concezione dell’uomo come un essere sempre in parte in balia dei propri istinti e delle proprie pulsioni, “un animale lacerato e infelice, conteso tra una natura prepotente e una cultura crudele” (A.Romano, M.Trevi).

Jung, aborrendo come sempre gli aut aut e preferendo optare per una dialettica tra le varie dimensioni, parla piuttosto di una sintesi che è sì difficile ma non impossibile, allo scopo di utilizzare l’Ombra come strumento trasformativo: invece di nuocere a noi e agli altri essa potrebbe e dovrebbe essere utilizzata come centro propulsore, strumento di conoscenza di sé e di evoluzione interiore, nella ferma convinzione che ciò a cui si oppone resistenza persiste, mentre ciò che si accetta può essere cambiato.

Tuttavia incontrare, accettare e integrare l’Uomo Nero, l’estraneo, dentro di sé non è impresa facile né può dirsi mai completa. Scriveva Jung che “l’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quale si sfugge” poiché “non c’è presa di coscienza senza sofferenza. In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima.”

L’integrazione è comunque un processo necessario ai fini evolutivi psicologici ma anche sociali: integrare significa infatti completare aggiungendo ciò che manca o che serve a migliorare, ad arricchire o a modificare. A livello psicologico sappiamo che il processo di integrazione della propria Ombra, e più in generale della propria dimensione inconscia, non ha mai fine: la coscienza potrebbe infatti essere ampliata all’infinito dei contenuti inconsci contrapposti e complementari. A livello culturale e sociale possiamo probabilmente immaginare un processo simile e parallelo, tra elementi che solo apparentemente risultano alieni ma che in realtà ci appartengono profondamente.

Jung, mediante lunghi viaggi svolti in prima persona in Africa Settentrionale, Kenya, Uganda, India ed anche in Italia, studiò a fondo popoli molto differenti tra loro, scoprendo l’esistenza di elementi che li differenziano ma anche elementi che li accomunano a livello psicologico: attraverso l’approfondimento dei miti, dei sogni, delle religioni, individuò infatti strutture inconsce analoghe che si manifestano in forme differenti ma si ripetono da cultura a cultura e che chiamò archetipi. Arrivò così alla conclusione che alcune immagini, concetti e situazioni siano in qualche modo innate nella mente umana e derivino da un inconscio collettivo, condiviso ed ereditato assieme al patrimonio genetico: così come ereditiamo biologicamente, per esempio, i caratteri somatici, allo stesso modo, anche sul piano psichico, arriviamo al mondo già costellati da elementi psichici ereditati che possono provenire, risalendo la catena filogenetica, fino ai primordi della specie. Dentro di noi portiamo tracce della psiche primordiale, strutture estremamente arcaiche, quindi fondamenti, pilastri di base, su cui poi si è sviluppata la complessità della psiche.

Tutto ciò avvalora la tesi secondo la quale il confronto con l’immigrato, l’uomo di colore, lo straniero, è in realtà un confronto con una parte psichica che ci appartiene: quell’Ombra individuale ma anche archetipica che tuttavia, poichè appartenente al registro dell’inconscio piuttosto che della coscienza, viene considerata estranea, negata e proiettata.

 Mi piaceva concludere, infine, con una citazione in cui viene sintetizzato a mio parere egregiamente il ruolo dell’Ombra, punto debole ma anche centro propulsore della vita psichica di ognuno di noi: «Nell'Ombra c'è tutto questo: energia, collegamento con l'origine, difficoltà di coordinamento con le regole della vita quotidiana, gioco e avventura, invenzione, possibilità, disordine, rischio della dismisura e del dissolvimento. È con questo possente spirito vitale, con questo guastafeste, con questo eversore involontario, con questo eroe della bricconata, con questa irritante mescolanza di divino e animale che occorre fare i conti, anche se saremmo portati a vergognarcene come di un bambino non educato e a tentare di ridurlo al silenzio.» (Trevi, Romano)

 

Dott.ssa Gabriella Marventano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

·        Baumann Z., Danni collaterali, Laterza Editori, 2013.

·        Carotenuto A., Trattato di psicologia analitica, Utet Editore,1992.

·        G. Caprara, Materia oscura, segnali dal lato invisibile dell’universo, www.corriere.it.

·         Hillmann J.- Il sogno e il mondo infero, Adelphi, 2003.

·        Jung C.G, Ricordi, sogni, riflessioni, Biblioteca Univ. Rizzoli, 2012. 

·        Jung C.G., Opere, Vol. 16, Bollati Boringhieri, 1993.

·        Jung C.G., Opere, Vol. 11, Bollati Boringhieri, 1993.

·        Turinese L., Intervista durante la trasmissione Tempi Dispari (RaiNews24)

·        Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica del C.I.P.A., Istituto per l’Italia Meridionale e la Sicilia, Enkelados, Anno III. N.2/2015, Nuova Ipsa Editore, Palermo.

 

·        M. Trevi, A. Romano, Studi sull’ombra, Raffaello Cortina Editore, 2009.